Domenico Imperato

Domenico Imperato è un cantautore metà uomo e metà chitarra. A 12 anni gli fu regalata la sua prima chitarra e da allora non ha mai smesso di scrivere, cantare e suonare.

Vincitore del Premio Fabrizio De Andrè 2014.

È nato nel tacco dell’Italia ad Acquaviva delle Fonti, da madre pugliese e padre napoletano, ed è cresciuto in Abruzzo a Pescara. Ha vissuto per alcuni anni su una nave dal nome Lusofonia, prima in Portogallo e poi fino alle coste del Brasile.

Mentre danzava in un rito di macumba gli è stato detto che nel suo canto c’è qualcosa di moro.

Ha cercato con “Postura Libera” di mischiare il suo sangue meridionale in nuove forme di Tropicalismo Mediterraneo.

Poi ha deciso di rimettere i piedi sulla sua terra natale.

Domenico ImperatoIl suo secondo disco è un denso cubo rosso con dentro undici storie-canzoni. Se lo carica in spalle come fosse il doveroso fardello di uno che ha scelto di fare il cantautore, e se lo porta a spasso. Quando intuisce la linea d’orizzonte lo poggia a terra, ci sale sopra come fosse un altare, e inizia a scrutare a “Bellavista”.

“Bellavista” arriva a tre anni dall’esordio di “Postura Libera” per espandere l’universo sonoro del primo album e ricostruire una nuova frontiera della canzone d’autore.

Un lavoro più completo e maturo del precedente, in cui il rock incontra il pop e l’elettronica danza insieme alla world music.

“Bellavista” supera i confini ristretti del Tropicalismo in chiave mediterranea di “Postura Libera” e si apre all’infinita curiosità di Imperato.

Un artista che suona in modo contemporaneo ma con i piedi ben saldi alla tradizione cantautorale italiana del passato.

Un calderone di personaggi ai margini, esclusi e sconfitti, osservati alla lente di ingrandimento. Storie individuali e quotidiane, allo stesso modo di questo tempo e senza tempo, perché nel girotondo di malinconie universali a volte affiora dallo sfondo l’attualità più dura, che sia l’inquinamento, l’ingiustizia o il cannibalismo sociale.

Minimale nella scrittura e sensibile verso i suoi sconfitti, unisce un’essenzialità di scrittura quasi alla Raymond Carver con il senso di nostalgia di De Gregori o la solidarietà umana di De Andrè.

Sono storie spesso tristi, che descrivono una realtà dura, ma accompagnate per contrasto da sonorità calde che si portano dietro la memoria dei tre anni vissuti da in Brasile.

Domenico ImperatoPotrà sembrare strano ma sono canzoni da ballare.

Grazie allo splendido sodalizio artistico con Arcuri, che dona un respiro musicale molto ampio al disco, esplode il calore delle fanfare, delle percussioni e di tutta la straordinaria sezione ritmica, delle chitarre, dei violoncelli, del flauto.

E fra afro-blues danzanti e folk allegro, fra pop scanzonato e rock a tratti duro, spunta anche la partecipazione della cantautrice Erica Mou a impreziosire ulteriormente un brano come “Al matrimonio di due nostri amici”.

Perché questa tormenta esistenziale che percorre tutto l’album è raccontata con la speranza di una rinascita.

“Bellavista” è sì un disco duro, a tratti rabbioso, un disco di presa di coscienza della inevitabile disfatta, ma che allo stesso tempo non abbandona la voglia di una ripartenza di slancio.

E se l’album si apre con “Del Mondo il canto”, una preghiera danzante dal ritmo sincopato e dal testo poetico che parla dell’amor fati, cioè dell’ineluttabilità del destino, non è un caso che si chiuda con la title-track, epilogo surreale dominato dalla speranza: il Bellavista.

Un ristorantino nella provincia e campagna abruzzese, una piccola sala concerti, covo di cantautori, musicisti e artisti di passaggio, che diviene luogo dell’anima in una sorta di realismo magico che gli conferisce il potere di salvezza, di resistenza, di ripartenza.

 

 

Da ascoltare..

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