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Intervista a Sara Vannini

Intervista a Sara Vannini

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Sara Vannini

Sara Vannini è la giovane autrice di Una storia che non sentirai.

 

Cosa ti ha principalmente dato l’ispirazione per la scrittura di questo libro?

Principalmente vuole essere una storia attuale che tocca un tema molto delicato nella società di oggi, quindi mi è stato sufficiente uscire dalla fase adolescenziale per aver voglia di parlare di amori non corrisposti.
Oltre a ciò, l’ispirazione è nata da alcuni pettegolezzi che giravano sul mio conto.

Negli ambienti lavorativi è facile che girino voci sbagliate ed è altrettanto inevitabile restarci male. Tuttavia, mi sono detta: perché non prendere quei pettegolezzi e farne una storia? Mi spiego meglio, perché non immaginare come sarebbe stata la mia vita se quelle voci fossero state vere?

Ed ecco che ho iniziato ad avere mille idee sul come trasformare i pettegolezzi in un romanzo vero e proprio. Molti dei fatti descritti sono reali, ma la storia che vive la protagonista è solo frutto della mia immaginazione, con la quale voglio principalmente confortare chi sta vivendo un amore non corrisposto (a prescindere dall’orientamento sessuale).

Oggi si fa un gran parlare della fluidità di genere (gender fluidity).
Possedere una sessualità fluida che sperimenta la bellezza di trovarsi senza categorie pre esistenti. Ne femmina ne maschio, sentirsi liberi di cambiare posizione durante il corso della propria vita.
Come collochi la giovane protagonista della tua storia nel nostro contesto sociale  attuale?

“Sono donna e voglio raccontare la mia storia”.  Ho sentito questa frase di La vita di Marianne, nel film La vita di Adele, e non ho mai smesso di pensarci mentre scrivevo il libro.
Riconosco e rispetto le idee sulla fluidità di genere, ma la protagonista è, prima di tutto, femmina.
Penso sia normale, quando una donna ama un’altra donna, che ci sia un continuo conflitto di ruoli nella testa della protagonista.

Sono maschio o sono femmina? E se sono femmina allora perché amo un’altra donna? Forse c’è qualcosa di più mascolino in me. Forse.
Ma la risposta è sempre quella, ed è bene tenerla sempre presente: sono donna, sono prima di tutto donna.

Perché scrivere il libro sotto forma di diario?

In passato ho sempre scritto racconti in terza persona, avevo voglia di cambiare, di fare qualcosa di diverso che potesse farmi immedesimare al 100% nella protagonista, così da vivere la storia assieme a lei. E come riuscirci meglio se non con un diario?

Mentre scrivevi hai fatto leggere agli amici per avere un parere?

Certamente. Pubblicavo anche diverse parti del libro sul mio profilo Facebook e i pareri ovviamente erano un incentivo per continuare a scriverlo. Arrivata alla 200esima pagina ho iniziato ad averne bisogno!

Pensi mai al pubblico che ti legge?

Spesso, ma non sempre. Quando inizio a scrivere penso solo a quello che voglio scrivere, e molto spesso non so nemmeno io dove voglio andare a parare.

Una volta mi è stato detto che gli scrittori scrivono per davvero solo se hanno qualcosa da dire al mondo. Crescendo ho capito cosa significa. E’ un bisogno disperato di condivisione, un fare del proprio dolore qualcosa di positivo, nonché una necessità di vomitare – letteralmente – le parole.

Il parere del pubblico è importante in seguito, ma che sia positivo o negativo, non cambia il bisogno di scrivere quelle determinate parole.

Quanto tempo hai impiegato per scrivere questa storia?

Circa otto mesi. Me la sono presa comoda perché volevo sentirlo davvero, non volevo che fosse una storiella buttata lì. E’ stata più difficile la fase di rilettura e di pubblicazione.

Ti piace leggere?

Molto. Ma non ho una lettura molto impegnata. Inoltre vado a periodi, ad esempio se sto scrivendo, non riesco assolutamente a leggere, perché quello che leggo potrebbe influenzare moltissimo quello che scrivo.
Leggo nei periodi di noia, quelli in cui mi sento particolarmente vuota o rilassata e in quel caso posso divorare un libro in un arco di tempo brevissimo.

Ti senti influenzata dagli autori con cui ti sei formata?

A volte sì, ma come ho detto non ho mai letto libri particolarmente impegnati. Quando avevo quattordici anni ad esempio leggevo solamente romanzi rosa, e non facevo altro che scrivere storie parlando in terza persona, al passato remoto, in cui i protagonisti vivevano in case decorate in boiserie con tende stile Luigi XVI. Il lieto fine era un must e il sesso un tabù.
Poi col tempo ho cambiato lettura e ho imparato ad osare un po’ di più.
Attualmente però non mi sento influenzata da nessuno, Una Storia Che Non Sentirai mi ha fatto scoprire il mio modo di scrivere.

Quanto credi nel tuo romanzo?

Ci ho creduto molto mentre lo scrivevo, ed è la cosa più importante. E’ il mio primo romanzo, e riconosco il tema delicato che sono andata a toccare. A molte persone può non piacere il genere, ma è comunque una storia d’amore, a tratti logorante, in altri a lieto fine, io ci ho creduto molto, ora non sta più a me giudicare.

Progetti per il futuro?

Tante idee che mi girano per la testa, tante idee scomposte che un giorno dovrò mettermi a riordinare.

Una Storia Che Non Sentirai mi ha completamente svuotata, all’inizio non avevo più niente da dire o da scrivere. Ho perfino vissuto una fase nera in cui non sapevo cosa fare della mia vita, ma ho capito che era solamente il vuoto lasciato dalla fine del libro.

La mia vita di ogni giorno, le cose che mi succedono, influenzano molto quello che scrivo. Molto di quello che vedo lo trasformo in parole o addirittura in storie, il che significa che sarei sempre pronta ad inventare qualcosa.
Ho un progetto in mente sì, ma non è ancora chiaro, chissà. Chi vivrà vedrà alla fine, no?

Carla Zanutto

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Carla Zanutto Mi occupo di fitness. Sono mamma e nonna. Ho tre Labrador e un'adorabile meticcia. Da 6 anni faccio parte del Pengo Life Peoject, un progetto italiano per la tutela e la salvaguardia dell'Elefante Africano in Kenya. Nel tempo libero mi trovi incollata tra le pagine di un libro.

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