Simona Manganoni: l’affido senza filtri, visto da dentro
Simona Manganoni racconta l’affido familiare senza filtri, al di là dei tecnicismi e dei pregiudizi
Parlare di affido significa spesso muoversi tra codici burocratici, definizioni istituzionali e narrazione frammentate. Ma cosa succede quando a raccontarlo è chi quel percorso l’ha vissuto sulla propria pelle, dall’infanzia all’età adulta?
Simona Manganoni, attraverso il suo profilo Instagram ha scelto di abbattere ogni tabù spiegando l’ “affido senza filtri”, trasformando una storia intima in uno spazio di divulgazione autentico e necessario.
Simona, ricordi com’è stato il primissimo impatto quando tu e tua sorella siete entrate in quella che sarebbe diventata la vostra casa? Come si fa spazio alla fiducia quando si è così piccole e in che modo vi siete fatte da ‘ancora’ a vicenda nei momenti di smarrimento?
Avevo poco più di tre anni, quindi del primissimo ingresso non ho un ricordo ordinato, con un prima e un dopo. Ho più che altro frammenti, sensazioni, e molti significati che ho capito soltanto crescendo. Mia sorella aveva otto anni e viveva certamente quel passaggio con una
consapevolezza diversa dalla mia. Ma c’era una cosa che avevamo in comune: dentro un mondo completamente nuovo, noi due eravamo ancora qualcosa di conosciuto. Credo che, prima ancora di riuscire a dircelo, ci siamo date sostegno proprio così: restando una presenza familiare l’una per l’altra mentre tutto il resto cambiava.
La fiducia, poi, non credo arrivi perché un adulto dice a un bambino: “qui sei al sicuro”. Arriva quando quella frase viene dimostrata abbastanza volte.
Io, nei primi tempi, piangevo anche quando la mia mamma affidataria usciva semplicemente per andare a fare la spesa. Per un adulto è un’assenza di mezz’ora, ma io la vivevo come un abbandono. La fiducia si è costruita nel vedere che usciva e tornava. Nel fatto che le giornate avessero una forma. Che le persone ci fossero ancora il giorno dopo. Non è stato un interruttore che si è acceso, ma una somma di piccole conferme.
Un’unica famiglia vi ha accompagnate per tutta la vita, diventando a tutti gli effetti la vostra vera famiglia. C’è stato un momento preciso, un gesto o una quotidianità in cui hai sentito dentro di te che quel posto non era più una sistemazione temporanea, ma ‘casa’?
Credo che sia successo mentre ero occupata a viverla. Casa si è costruita nella normalità: i compleanni, Santa Lucia, le estati in camper, le piccole eccezioni, le regole, le risate, i gesti ripetuti così tante volte da smettere di sembrare straordinari. I miei genitori affidatari mi hanno
dato anche una cosa che considero enorme: la possibilità di essere semplicemente Simona, non soltanto “la bambina in affido”.
Farei solo una piccola sfumatura sulla parola “vera”.
La mia famiglia affidataria è la mia famiglia, quella che mi ha cresciuta e dentro cui sono rimasta anche oltre la maggiore età. Chiamo mamma e papà i miei genitori affidatari perché è così che li ho vissuti. Ma non ho bisogno, per riconoscere questo legame, di rendere irreale la mia famiglia biologica. La mia storia mi ha insegnato che le appartenenze possono essere complicate, sovrapporsi e perfino fare male, senza per questo cancellarsi a vicenda.

Più che un singolo falso mito, quello che incontro spesso è una specie di racconto a personaggi fissi: l’assistente sociale vista come quella che “toglie i bambini alle famiglie”, i genitori biologici trasformati nei “cattivi” della storia e la famiglia affidataria automaticamente collocata dalla parte dei “buoni”. È una narrazione semplice, quasi rassicurante perché divide tutto in modo netto. Ma l’affido raramente funziona così.
Partirei proprio dalla figura dell’assistente sociale. Nel nostro percorso, io e mia sorella ne abbiamo cambiate numerose e ricordo quanto fosse difficile, ogni volta, ritrovare un riferimento con cui sentirsi abbastanza al sicuro da aprirsi e raccontare davvero come stavamo. Ogni cambio
significava, almeno in parte, ricominciare da capo.
Crescendo ho capito che quella discontinuità non raccontava semplicemente il lavoro della singola professionista: c’è anche un problema più ampio di carenza di personale, forte ricambio degli operatori e organizzazione dei servizi, che può rendere molto difficile garantire quella continuità di relazione che per un bambino è invece importantissima.
Per questo faccio fatica quando vedo l’assistente sociale ridotta alla figura di chi “strappa” un figlio alla propria famiglia: un allontanamento non è la decisione arbitraria di una singola persona, ma avviene dentro un sistema di valutazioni, responsabilità e provvedimenti che coinvolge servizi e autorità giudiziaria.
Questo non significa che il sistema sia infallibile, ma che il problema è molto più complesso del trovare un “colpevole”.
L’altra grande semplificazione riguarda la famiglia biologica. Esistono situazioni di violenza e maltrattamento molto gravi, naturalmente, ma ci sono anche trascuratezza, fragilità profonde, dipendenze, problemi di salute e adulti che, per ragioni diverse, non riescono a garantire ai figli le
cure di cui avrebbero bisogno. Nel nostro caso, per esempio, il punto non era avere davanti dei genitori “cattivi”, ma dei genitori che non erano in grado di occuparsi adeguatamente di noi.
Ed è proprio qui che, secondo me, questa narrazione dei “buoni” e dei “cattivi” diventa pesante soprattutto per il bambino. Io stessa ho vissuto quella doppia lealtà: potevo stare bene e costruire un legame fortissimo con la mia famiglia affidataria e, nello stesso tempo, continuare a sentire che i miei genitori biologici erano i miei genitori. Crescendo ho potuto riconoscere che non erano stati in grado di occuparsi di noi senza che
questo cancellasse automaticamente il legame. Credo che un bambino non ami secondo il giudizio morale che gli adulti danno delle persone. Forse il falso mito più difficile da scardinare è proprio questo: pensare che, per proteggere un bambino, sia necessario
indicargli anche da che parte stare.
Un aspetto complesso dell’affido è l’equilibrio tra la famiglia di origine e quella affidataria. Come si gestisce emotivamente da bambini questa doppia appartenenza?
Da bambini, secondo me, non siamo noi a poter “gestire” questa doppia appartenenza: sono gli adulti che possono renderla più o meno faticosa. Molto dipende da quanto il bambino sente di poter parlare della propria famiglia biologica dentro la famiglia affidataria, e viceversa, senza
avere la sensazione di ferire qualcuno, provocare gelosia o dover prendere posizione.
Non credo che le due famiglie debbano per forza avere un rapporto ideale, né che sia sempre possibile.
Ma penso sia importante che il bambino non venga usato come ponte, messaggero o arbitro tra mondi adulti. La famiglia affidataria può riconoscere che quella d’origine continua a far parte della storia del bambino senza sentirsi sminuita nel proprio ruolo; allo stesso modo, i rapporti con la famiglia biologica dovrebbero essere accompagnati mettendo al centro ciò che è sostenibile e tutelante per il bambino.
L’equilibrio, per me, non nasce dal cancellare una delle due appartenenze, ma dal permettere al bambino di non doverle tenere separate per proteggere gli adulti.
Simona, cosa ti ha spinto a trasformare un percorso così intimo in uno spazio di condivisione pubblica su Instagram? C’è un messaggio specifico che vuoi far arrivare a chi ti segue e, soprattutto, a chi sta vivendo oggi la stessa situazione?
In realtà ho iniziato quasi per caso. Avevo ascoltato uno speech di Luca Mazzucchelli che parlava di valori personali, di ciò che ci distingue dagli altri e della possibilità di mettere proprio quella parte di noi al servizio di qualcosa che possa essere utile anche agli altri. Il messaggio che mi era rimasto era più o meno questo: forse ci sentiamo davvero appagati quando smettiamo di tenere ciò che ci rende unici soltanto per noi e proviamo a trasformarlo in qualcosa che possa avere un senso anche fuori da noi.
Poco dopo ho acceso la videocamera e ho iniziato a raccontare la mia storia. Non avevo ancora in mente “Affido senza filtri” per come esiste oggi, né un progetto preciso. Ho semplicemente cominciato da quello che conoscevo più da vicino. E credo che, andando avanti, mi sia resa conto che quel gesto aveva anche una componente molto personale, quasi catartica.
Per tanti anni la mia storia di affido è rimasta come dentro un cassetto sigillato: c’era, naturalmente, ma non era qualcosa che raccontavo davvero.
Metterla in parole, un pezzo alla volta, è stato anche un modo per aprire quel cassetto, guardare ciò che conteneva e smettere di lasciarlo lì chiuso.
Poi sono arrivate le persone, i messaggi, le domande, e ho capito che quella storia poteva essere utile anche fuori da me. La mia esperienza non rappresenta di certo tutte le esperienze di affido, ma può aggiungere una voce che spesso manca: quella di chi è stato il bambino al centro di quelle <em>decisioni.
A chi sta vivendo oggi qualcosa di simile vorrei arrivasse soprattutto questo: la tua storia non coincide con un provvedimento, con un allontanamento o con ciò che gli adulti decidono intorno a te.
Hai diritto ad avere parole per quello che senti, anche quando sono sentimenti contraddittori, scomodi o difficili da spiegare.
Ma una parte importante di quello che faccio è rivolta anche agli adulti: alle famiglie affidatarie, ai genitori biologici, ai professionisti e a chiunque si trovi accanto a un bambino accolto, per offrire una prospettiva che possa aiutare a leggere diversamente alcuni comportamenti, silenzi o reazioni.
Dietro ciò che da fuori può sembrare opposizione, ingratitudine, chiusura o eccessiva sensibilità, a volte c’è un linguaggio, e il bambino spesso non ha ancora le parole per spiegarlo.
Forse, alla fine, il filo che tiene insieme tutto quello che faccio è proprio questo: provare a trovare parole per ciò che nell’affido resta spesso difficile da nominare. Parole per chi quella storia l’ha vissuta da bambino e magari le sta cercando ancora, ma anche parole per gli adulti che vogliono comprenderla meglio senza ridurla a etichette o semplificazioni. Se il mio racconto riesce a fare anche solo un po’ questo, allora sento che quel cassetto aperto non è servito soltanto a me.
Se potessi parlare al sistema tutela/servizi sociali o a una famiglia affidataria che sta per accogliere un bambino, quale consiglio daresti loro, dal punto di vista di chi c’è già passato?
Dovessi sceglierne uno per il sistema e i servizi, direi: non lasciate che il bambino sia l’ultima persona a sapere che cosa sta succedendo alla sua vita. Proteggere un bambino non significa tenerlo nel silenzio. Significa trovare parole che possa capire per spiegargli dove andrà, perché incontrerà un genitore in un certo luogo, che cosa si sa del futuro e anche, con onestà, che cosa ancora non si sa.
Io ho capito il significato di molte cose che avevo vissuto soltanto da adulta, e penso spesso a quanta solitudine possa esserci nel sentire che tutti gli adulti sanno qualcosa di te che tu non riesci a comprendere.
A una famiglia affidataria direi invece: non cercate di essere “perfetti” e non proteggetevi dall’affetto pensando che tanto un giorno potrebbe finire. Siate presenti, coerenti, affidabili. Un bambino che ha già sperimentato una rottura non ha bisogno di adulti impeccabili; ha bisogno di
poter verificare, giorno dopo giorno, che una relazione regge anche quando lui ha paura, si arrabbia, mette alla prova o non sa ancora fidarsi.
Simona, infine, cosa significa per te oggi la parola ‘famiglia’?
Per molto tempo credo di aver cercato una definizione di famiglia che riuscisse a mettere ordine nella mia storia. Oggi non ne sento più così tanto il bisogno. Per me la famiglia non è una formula unica e non è soltanto una questione di sangue, cognomi o carte. È fatta di legami diversi, di responsabilità, di memoria, di quotidianità e anche di assenze che continuano ad avere un posto dentro di noi.
Se dovessi dirlo con una frase, famiglia è il luogo umano in cui non devo chiedermi continuamente se ho diritto a esserci. È dove posso essere amata senza dover dimostrare di essere stata una “brava bambina in affido”, senza dover cancellare un pezzo della mia storia per far stare tranquillo l’altro.
La mia esperienza mi ha insegnato che una famiglia può nascere in modi molto diversi.
Quello che fa davvero la differenza, per me, è la qualità della presenza: chi resta, chi si assume la responsabilità del legame e chi ti permette di sentirti, finalmente, non ospite della tua stessa vita.
Carla Zanutto




