davide arcuri
Interviste

Davide Arcuri: intervista a un videoreporter

Davide Arcuri si racconta, tra i rischi del mestiere e la corsa alla notizia, inseguendo la passione della scoperta.

Davide Arcuri, videoreporter freelance torinese, ci svela cosa significhi “andare sulla notizia”, esserci sempre quando accade qualcosa.

La vita di tutti i giorni è piena di storie che ci passano davanti e noi non ce ne rendiamo conto.

Persone come Davide Arcuri, le vedono, le indagano e ce le raccontano. Cronaca, politica internazionale, comuni fatti quotidiani, etc.. passano dai video, dalle fotografie e dalle parole di Davide che si nutre del coraggio di andar avanti sempre, per riportare le notizie in tempo reale.

Io voglio ringraziarlo prima di iniziare.

Grazie Davide per il tempo che mi hai dedicato e per l’entusiasmo con cui mi hai guidata in questa  branca del giornalismo. Grazie, soprattutto, per la corsa quotidiana che fai dietro alla notizia per condividerla con noi.

Davide Arcuri
Il cimitero di Irpin © Davide Arcuri

La parola “notizia” deriva dal latino notitia e indica qualcosa che si conosce, il possesso di una cognizione. Ecco, Davide Arcuri fa questo: ci porta con sé dentro la notizia e ci fa conoscere i fatti. 

Scopriamo insieme, allora, qual è la sua storia, da dove è partito e dove sta andando.

Come sei arrivato fino qui? Qual è il tuo percorso di studi e professionale?

Io ho studiato Scienze Internazionali per la cooperazione e lo sviluppo all’università di Torino.

Dopo la Laurea Triennale, l’Erasmus in Portogallo, e un’esperienza di volontariato in Colombia, ho capito cosa volevo fare. Volevo buttarmi nel mondo del giornalismo, del reportage, ma sopratutto del video. Mi sono pertanto spostato a Milano, dove ho fatto un master alla Scuola di Giornalismo dell’Università Cattolica. Sono stati due anni in cui ho seguito il classico percorso di inserimento nel mondo del giornalismo a cui è seguito uno stage alla Stampa a Torino. Mi ha poi chiamato Fanpage dove ho iniziato a lavorare e per quasi quattro anni sono stato il loro videoreporter per Milano e la Lombardia. Da pochissimo, cioè da quando è iniziato il conflitto in Ucraina (24 febbraio 2022 ndr) sono ufficialmente un giornalista freelance.

Di cosa, esattamente, si occupa un videoreporter?

Il videoreporter al giorno d’oggi, nel panorama del giornalismo italiano è un po’ “il soldato al fronte”, usando un sinonimo con la guerra. Intendo che è la prima linea del giornalismo, una personalità che ormai integra in un’unica figura quello che una volta era il cameraman piuttosto che il fonico, l’assistente, il montatore, il grafico e il giornalista. A oggi, quindi, quello che viene richiesto a un videoreporter è di saper girare e di sapere montare un video completo; serve anche che faccia qualche fotografia. Allo stesso tempo, però, deve avere anche il guizzo giornalistico, andare a caccia della notizia. Un videoreporter deve esser in grado di andar a trovare l’informazione, deve arrivare sul luogo al momento giusto ed essere sul posto quando succede qualcosa.

Davide Arcuri
Riprendendo un carro russo © Davide Arcuri

Deve documentare, trovare e scavare. Al contempo deve fare anche un lavoro di approfondimento, come può capitare per delle lunghe inchieste. 

Ti ho sentito parlare di “passione per la scoperta” che è il motore del tuo lavoro. Raccontacela.

Passione per la scoperta e curiosità sono sicuramente, come dici, il motore di chi fa questo lavoro: senza voglia di scoprire, di capire, di interpretare il mondo e gli avvenimenti sarebbe molto complicato fare il videoreporter. 

Sicuramente chi vuole intraprendere questa strada deve avere questa necessità, questo bisogno di comprendere gli eventi e approfondire le storie. Altrimenti deve lasciar perdere, perché solo il desiderio di scoprire consente di andar avanti nel giornalismo.

Nel “quotidiano” c’è tanto pericolo a cui noi comuni mortali non pensiamo, come la ricerca della verità in una inchiesta o fare riprese nel corso di una manifestazione. Come lavora un videoreporter in queste situazioni?

Non serve trovarsi in una zona di guerra per mettersi in pericolo, soprattutto per un videoreporter che sta sempre sulla notizia e in prima linea dove accadono le cose. Purtroppo venir a sapere di una aggressione o di una minaccia a un videoreporter è un fatto quotidiano.

Sicuramente è una professione che espone ai rischi, ma sta anche al singolo mediare e avere un po’ di equilibrio in quello che fa. 

Davide Arcuri
Con Salvatore Garzillo a Kiev © Davide Arcuri

Solitamente si prendono delle precauzioni.

Per esempio, nel corso di una semplice manifestazione di studenti, si va equipaggiati: si indossa un caschetto per proteggersi la testa con scritto “PRESS” o “TV” in modo da farsi riconoscere sia dai manifestanti, sia dalle forze dell’ordine. Spesso si utilizzano anche delle maschere antigas, nel caso ci fossero lacrimogeni o fumogeni da entrambe le parti.

Chi, invece, si occupa delle inchieste o va a dare fastidio alla criminalità organizzata o ai cosiddetti  poteri forti, si espone al rischio di ritorsioni, minacce e atti intimidatori. Chi si occupa di questi settori più delicati del giornalismo prende precauzioni maggiori, relativamente alla privacy e alla protezione della propria abitazione e dei propri cari. Per esempio, sui social network non si danno mai indizi su dove si vive o su chi siano parenti e amici, etc… 

Ci sono poi i reporter che si muovono in zone di guerra, dove le precauzioni devono essere massime. Minimo un elmetto e un giubbotto antiproiettile cui si aggiunge un calcolo del rischio, cioè scegliere in quali zone spostarsi, con chi spostarsi e da chi farsi portare in giro.

In queste situazioni si deve sempre cercare un equilibrio tra la minimizzazione del rischio e l’ottenimento di notizie aggiornate.

Davide Arcuri
Distruzione di Kharkiv © Davide Arcuri

Un videoreporter deve sempre avere la valigia pronta, partire e vivere la storia. Un esempio pratico lo dà il tuo recente “viaggio” nell’Europa dell’Est. Sei salito in macchina con Salvatore Garzillo (giornalista ndr) appena il conflitto è iniziato e avete documentato l’invasione russa dell’Ucraina. Che esperienza è stata?

Questa domanda raggruppa quelle precedenti. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina ed è iniziata la guerra, Salvatore e io ci siamo guardati e ci siamo detti: <<Non possiamo rimanere a guardare, non possiamo restare qua!>>. Abbiamo davvero sofferto i primi giorni; davvero, abbiamo sofferto fisicamente a pensare che stava succedendo un evento storico a poche migliaia di kilometri da noi. La distanza in auto che c’è da Milano al confine con l’Ucraina è la stessa che c’è tra Milano e la Sicilia, quindi era una cosa davvero vicina alle nostre vite. Senza pensarci a lungo e senza programmare troppo, siamo partiti. Abbiamo caricato la macchina e siamo andati in Ucraina.

La spinta principale è stato quella di cui parlavamo prima, cioè il bisogno di scoprire, la necessità di vedere con i nostri occhi quello che stava accadendo. Dovevamo raccontare a modo nostro un evento storico. Ci sono stati molti rischi e molte valutazioni di questi pericoli, c’è stato bisogno di prender precauzioni che a volte non erano sufficienti -non si può sempre ridurre a zero il rischio, soprattutto in una zona di conflitto.

Siamo però riusciti a vedere quello che stava accadendo, siamo riusciti a trovarci al centro della notizia, siamo riusciti a fare quello che ci muove a far questo lavoro tutti i giorni con passione e dedizione, spinti dalla voglia di scoprire il mondo.

Dopo l’Ucraina, Davide Arcuri è partito alla volta dello Sri Lanka, per infilarsi dentro la notizia, come solo lui sa fare. Lì ha documentato le rivolte della popolazione, quella sommossa popolare che ha dato voce alle sofferenze di un paese e che ha costretto alla fuga il presidente.

La stessa tenacia giornalistica la mette quando ci racconta del nostro Paese, ci presenta onlus e ci fa dare una occhiata fuori dalla porta di casa.

Seguire il lavoro di  Davide mi fa sentire meno spettatore del mondo che vivo e più partecipe di quello che accade. I suoi video, le sue fotografie e i suoi articoli sono una finestra aperta sulla storia, quella storia in cui noi -spesso senza rendercene conto- viviamo.

 

Caterina Pascale Guidotti Magnani

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.