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This Doesn’t Mean Yes, una nuova campagna

This Doesn’t Mean Yes, una nuova campagna
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This Doesn’t Mean Yes, una campagna contro le violenze

“Cosa indossavo quando sono stata violentata?” ha chiesto il poliziotto.

“Il pigiama” ha risposto Rachel.

Rachel ha trent’anni ed è stata violentata da un suo ex partner. This Doesn't Mean Yes

Così Rachel ha lanciato una campagna contro gli stereotipi che legano la violenza carnale a un abbigliamento provocante, considerato dalla società un’attenuante per i molestatori.

Purtroppo questo pregiudizio è diffuso anche nel nostro Paese.

“La scelta nell’abbigliamento di una donna in nessun modo riflette un tacito consenso”, affermano gli organizzatori della campagna This Doesn’t Mean Yes.

Questa iniziativa per combattere contro questo stereotipo è  sostenuta da Crisis Rape South London; dove ha visto centinaia di estranei trovarsi in uno studio di Londra all’inizio di Aprile e mettersi in posa per il fotografo di moda Perou.

Lo scopo della campagna era proprio quello di specificare che lo stile di una donna, non autorizza il proprio violentatore che rimane l’unico carnefice e responsabile del reato.

Un sondaggio di Amnesty International ha rilevato che più di un quarto delle persone credono che le donne siano almeno parzialmente responsabili della loro stupro se indossano abiti “sexy”.

Inoltre lo stesso sondaggio ha rilevato che una persona su tre crede che le donne che si comportano in maniera civettuola sono almeno in parte responsabili se vengono violentate.

Ogni donna è libera di vestirsi come crede e di dire SI, altrimenti è stupro!

WoMoms

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Alessandra Bonadies Mi chiamano Bonnie e sogno una vita da Pinterest. Sono Digital Content Creator e Blogger dal 2000.

Comment(3)

  1. Sentirsi libere di vestirsi è un diritto! E’ terribile pensare che l’abbigliamento della vittima possa attenuare la colpa di chi commette un simile crimine! #thisdoesntmeanyes trovo che sia una campagna da sostenere con forza!

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