Franca Borin, una donna indipendente a 360 gradi

Franca Borin: nella vita non si cammina solo con le gambe, ma anche con la testa

Parlaci di te: chi è Franca Borin

Franca Borin è una donna di 50 anni. che non se li sente affatto. O meglio, credo di avere la maturità della mia età grazie alle esperienze accumulate nella vita, ma ne sento molti di meno. A volte faccio cose che da giovane non mi sognavo di fare ma soprattutto non mi passa mai la voglia di divertirmi. Molto probabilmente faccio più cose adesso che ho lasciato da parte molte sovrastrutture, molti condizionamenti che si hanno in giovane età,  paura di sbagliare ma anche del giudizio altrui. Franca Borin ha compreso che la vita è solo mia e posso fare quello che voglio, in quanto sono una persona completamente libera di testa e di conseguenza ho la libertà totale.

Ho quattro figli, sono nonna di due nipoti e di due angioletti che sono in cielo. Da sei anni lavoro online, in quanto non ho mai amato le costrizioni e il dover rispondere a degli obblighi. Nelle esperienze precedenti andavo a lavorare perché dovevo. Essendo separata, ho usato il lavoro come strumento per cercare delle scappatoie. Lo sfruttavo in modo che mi portasse fuori, che mi facesse respirare, stare in mezzo alla gente e rendendomi indipendente. 

Mi sono sposata a vent’anni, ero innamorata e ho avuto subito due figli perché volevo costruire una famiglia. Col tempo ho capito che nel matrimonio cercavo la libertà dalle costrizioni che in casa mettevano i miei genitori; pensando che finalmente avrei fatto quello che volevo. Invece quando sei sposata devi rendere conto a tuo marito. Mi sono scontrata con questa nuova realtà e i primi tempi sono stati un po’ impegnativi. Tra la giovane età e i genitori molto conservatori, è stato un periodo tutt’altro che facile. Ma il  desiderio di maternità era tanto forte che i miei figli li rifarei altre diecimila volte.

Poco dopo aver avuto il secondo figlio, è accaduto l’incidente in macchina. Ero ferma e un ubriaco mi ha investito, mi ha tamponato. Avevo capito subito che non avrei mai più camminato. Non ho fatto fatica ad accettare la realtà: volevo la mia libertà che per me significava la carrozzina. L’obiettivo era tornare ad essere libera da quella camera di ospedale: la carrozzina era la mia libertà.

Nella mia vita la parola libertà ricorre spesso e, fatti i conti con ciò che mi rimaneva, non muovevo più le gambe, ma avevo due braccia e la testa che era già al lavoro in cerca di soluzioni.

In poco tempo, ho firmato per tornare a casa, senza aspettare gli 8/9 mesi di ricovero; facendo solo un mese e mezzo e il resto di riabilitazione in day hospital organizzandomi con le persone che mi dovevano venire a prendere e riportare. Se c’è una cosa di cui sono orgogliosa è proprio la mia capacità di cercare soluzioni. Per tutta la vita sono stata ossessionata dalla libertà assoluta.  Ho sviluppato questa dote nel cercare e trovare soluzioni che mi hanno sempre salvata dai momenti bui.

In seguito è arrivata la separazione e come tutte le separazioni, non portano cose belle. Lavoravo tanto fuori casa, volevo guadagnare di più perché mi avrebbe permesso di dare ai miei figli quello che non avevo avuto. Successivamente  è arrivata la malattia dei miei genitori. Faccio ancora fatica ad accettare tutto questo perché è stata una lotta impari quella col cancro.  E’ come avere una bomba che deve scoppiare ma non sai quando accadrà e questa cosa mi ha fatto impazzire. Sono morti a distanza di sei mesi l’uno dall’altro e per la prima volta mi sono sentita persa, sono caduta in depressione e ho fatto uso di  psicofarmaci. 

I miei figli mi hanno salvato. Sono stati loro a salvarmi esortandomi a prendermi cura di me stessa. Poi, tutto quello che è destinato a raggiungerti arriva e finalmente è arrivato il mio tanto desiderato lavoro online.Franca Borin

Ricostruire la propria identità dopo il terribile incidente, fare i conti con la disabilità, riprendere in mano la tua vita, chi ti ha supportato? E qual è il tuo punto di forza?

Il mio punto di forza è sicuramente la voglia assoluta di libertà e la capacità di resilienza nel cercare le soluzioni. Anche quando sono abbattuta, passato il momento, mi rimbocco le maniche. Non penso di aver dovuto ricostruire la mia identità dopo la disabilità, sono sempre la stessa, tanto che se dovessi scegliere e mi chiedessero se avrei voluto tornare a camminare, risponderei di no.

In un certo senso grazie all’incidente è uscita la parte migliore di me e non lo dico così per dire. C’è stato un lungo percorso di maturazione nell’affrontare i miei fantasmi, i miei limiti e non è ancora finito. Oggi mi piaccio anche se non sono ancora arrivata a quello che ambisco di essere. La Franca di prima era un’anima in pena sempre alla ricerca di non so che cosa.  Penso che l’incidente sia stato un mezzo. Credo molto nel destino, nell’universo che attraverso l’incidente mi abbia detto: ti devi fermare e devi cambiare prospettiva della vita.

La disabilità mi ha portato ad essere ferma, una parte di me si è fermata cambiando la prospettiva,  le persone le guardi dal basso verso l’alto e di conseguenza le vedi in maniera diversa. Quando sei in una posizione di vantaggio, spesso non riesci a vedere quello che hai sotto gli occhi, ma vedi quello che ti fa più comodo, a ciò che sei abituata a vedere e a certe cose non ci fai caso. 

La mia disabilità è stata la mia salvezza.

Ho sempre avuto la propensione a darmi alle persone, a donarmi e a spendermi a volte in maniera gratuita per farle stare bene. Quando ho avuto l’incidente non mi sono mai chiesta perché proprio a me? Mi sono chiesta invece perché a me? Che cosa vuole da me la vita? 

Molto l’ho capito subito e molto lo sto capendo man mano, lo colgo quando c’è da tirar fuori le unghie, grazie al mio carattere di dire le cose come stanno, magari in modo a volte irruente.  Non so stare zitta e in questo il mio lavoro mi ha aiutato tantissimo. Il lavoro mi permette di dar voce a tante donne che non hanno il coraggio e la capacità di farsi sentire, che si sentono invisibili, oppure le persone con disabilità, perché per quanto si possa dire che non è così, sono assolutamente invisibili.

 Mi ha aiutato dopo l’incidente, fisicamente mia madre, nei primi tempi era con me a casa, poi sempre per amore di libertà, mi sentivo soffocare, volevo i miei spazi, e ho fatto tutto da sola.  Perciò tutto quello che ho raggiunto lo devo solo a me stessa mettendoci la faccia. Ho guardato in faccia a quella sofferenza, quel dolore e posso dire che ho veramente attraversato le forche caudine su tante cose, però son qui e ce la posso fare. 

Franca Borin

Franca Borin, quanto conta lo sport nella tua vita? 

Facevo danza classica quindi con il basket  non ci azzecca proprio per niente. Ora che ci saranno dei miei amici alle para olimpiadi, mi dico che vorrei farle una volta nella vita, solo che con il basket è impossibile per tanti motivi. Dovrei scegliere una disciplina in solitaria ma non sono fatta per stare sola e una passione che mi appassiona tanto e mi faccia battere il cuore quanto il basket non l’ho ancora trovata.

Lo sport mi ha aiutato a conoscere mondi nuovi, nuove persone, a capire quali sono i miei punti di forza e a rafforzare quello che in realtà pensavo e, cioè, che la disabilità è un problema di chi lo vede e non di chi lo vive; anche se a dirla tutta, ci sono varie forme di disabilità. Purtroppo a volte ci sono persone disabili che si piangono addosso e si rassegnano, a causa dei tanti preconcetti che ci sono rispetto alle persone disabili, per questo pretendono che tutto sia facile, che tutto sia dovuto, io prendo le distanze da loro. 

Come riesci a conciliare tutto?

Diciamo che si fa, ci sono dei momenti in cui bisogna correre un po’ di più. Sono dell’opinione che se ti piace la tua vita e quello che fai, il tempo lo troverai sempre.  La motivazione muove davvero le montagne.

Franca Borin
Franca Borin

 

Secondo te la disabilità genera ancora compassione? Ti sei mai sentita compatita?

Assolutamente si, la disabilità genera compassione in tutto soprattutto nel modo in cui ti vedono le persone. Sono gli stessi disabili che vogliono essere visti come persone da compatire e nella disabilità si sentono persone malate.

La disabilità è negli occhi di chi la vede e di chi ce la fa sentire, perché mi sento normale nel momento in cui posso fare tutto quello che voglio. Ma è sufficiente trovare una macchina parcheggiata su di uno scivolo per non accedere a un negozio, che viene accentuata la mia disabilità e quindi la mancanza della mia libertà.

Mi sono sentita compatita tante volte, sotto gli sguardi del “poverina”. Non si tratta di una barriera da abbattere, ma di combattere la mentalità di una società che attraverso tanti punti di vista, ti relega a dei canoni che devi rispettare rientrando in concetti che le persone hanno di normalità. Per me, la normalità è alzarsi dal letto la mattina e andare in carrozzina; magari per te la normalità è di mettere gli occhiali. 

Per dire una cosa assurda, a me da più fastidio mettere gli occhiali che andare in carrozzina; senza non ci vedo e, infatti, ho accettato di portare gli occhiali, ma non posso indossare quelli da sole e questo per me è un handicap.

La carrozzina invece fa parte di me tanto che non mi vedo in carrozzina, siamo un tutt’uno, malgrado ciò, tante volte mi sono sentita rivolgere parole di compassione. Per questo ho imparato una strategia: indosso il mantello invisibile mentre cammino. A testa alta, sotto il mantello invisibile come quello di Harry Potter, mi sento potente e la mia forza cresce ancora di più sotto gli sguardi delle persone che mi scrutano. E poi sorrido, perché loro devono vedere me, non il problema, perché  non ho nessun problema, mi sposto semplicemente con la carrozzina, i problemi della vita sono altri.

La tua forza straordinaria del “nulla è impossibile se lo vuoi davvero” è contagiosa, ma i tuoi figli come ti vedono, come una mamma da proteggere?

Ho cercato di crescere i miei figli secondo il mio modo di essere e cioè che nella vita bisogna provarci sempre. Quattro figli con quattro teste diverse, ognuno è fatto a modo suo e di certo la mamma è un genitore che un po’ rompe. Non posso sapere come mi vedono e questa domanda dovremmo rivolgerla a loro. Mi auguro che possano scindere la figura della mamma da quello che rappresento: non mollare mai e provarci sempre.

Una super donna una super mamma. Che consigli daresti a chi “per una brutta caduta” si dovesse trovare in situazioni avverse, non necessariamente di disabilità, senza trovare la forza per rialzarsi? 

Grazie ma non mi sento una super mamma, non credo di esserlo stata, perché ho fatto tanti errori e ancora ne faccio. Quando stavo male ero troppo impegnata a guardare me stessa per poter guardare loro, per cui ci sono state delle mancanze. Penso di essere una brava nonna e attraverso i nipoti, cerco di non ripetere gli stessi errori che ho fatto con i miei figli.

Non mi sento neanche una super donna. Sono una persona normale ed è difficile dare consigli nel momento in cui una persona vede nero; è complicato aiutare una persona che non vuole essere aiutata. Quello che faccio e che ho fatto quando stavo male, è lasciare che il tempo passi. Ho imparato a soffrire senza stare nella sofferenza. Riconosco di avere grandi sofferenze che penso non passeranno mai, ma si può soffrire senza annegarci dentro. 

In generale nel momento in cui si cade senza riuscire a risollevarsi è perché in quel momento non si riconosce il proprio valore e si permette agli altri di farci sentire “non abbastanza”.

Solo nel momento in cui decidi di avverarti allora non permetterai più a nessun di farti sentire “non abbastanza” e potrai cadere quante volte vuoi, ma non sprofonderai mai.  Riconoscendo il tuo valore, imparerai a rialzarti il più velocemente possibile. Invece se non riconosci il tuo valore, nemmeno le persone intorno a te lo riconosceranno e, per dire una frase fatta: “ non è importante quante volte cadi, quanto velocemente ti rialzi”.

Se cadi, ti puoi guardare la ferita come fa un bambino che, se viene compatito dalla mamma, il bambino piangerà di più, viceversa se viene incoraggiato a rialzarsi e ad andare avanti, lo farà smettendo di piangere. Per questo bisogna spostare il focus e capire dove si vuole andare. Riconoscere il proprio valore e decidere chi vuoi essere. Altrimenti non troverai mai il modo di rialzarti e camminare.

Tenendo sempre presente che nella vita non si cammina solo con le gambe, ma anche con la testa.

Se hai libertà di testa puoi essere anche paralizzato dal collo in giù, ma se sei una persona libera,  quella libertà non te la toglierà nessuno. 

Nell’ultimo periodo si è parlato molto di green pass.

Eppure basta pensare a una persona disabile per capire che il suo “green pass” non lo potrà mai avere. Non ha l’accesso a tutti i locali, nel momento in cui ci sono degli scalini non potrà entrare.

Per esempio, se una macchina è parcheggiata nel posto dei disabili preclude la mia libertà di andarci; lo stesso vale per le cose messe troppo in alto, non posso prendere un treno o un aereo senza chiedere il permesso. 

Il mio green pass ce l’ho nel momento in cui tu ti ricordi di me, ma in generale sono invisibile e perciò tu capisci che la mia libertà, la libertà di un disabile, è a prescindere. 

Carla Zanutto

Se ha letto questo articolo potrebbe anche interessarti: La famiglia Barberis: una vita in barca a vela

Carla Zanutto

Sono Carla e dal 2010 faccio parte del Pengo Life Peoject, un progetto italiano per la tutela e la salvaguardia dell'Elefante Africano in Kenya. Le mie passioni sono il fitness, i cani e i libri.

Articoli consigliati