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La storia di Marika

La storia di Marika

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scarpe-rosseLa Giornata Internazionale contro la violenza sulle Donne è stata istituita nel 1999 dalle Nazioni Unite e viene celebrata il 25 novembre. E come ogni anno, purtroppo le cifre aumentano e parlano chiaro…

Questa è la storia di Marika, raccontata in un pomeriggio velato di nebbia novembrina, davanti a tazze di tè bollenti e strette di mani e abbracci che consolano. Oggi Marika è una donna libera!

“Mi sono innamorata di lui la prima volta che l’ho visto al matrimonio di mia cugina. Era  un amico dello sposo, venuto da un’altra città per presenziare allo sposalizio. Mi colpì il suo bell’aspetto e i modi educati e gentili, quasi desueti al giorno d’oggi e mi ero accorta subito di non essergli indifferente. Passammo gran parte del pomeriggio e tutta la serata insieme, come vecchi amici. C’era sintonia tra noi e i suoi modi garbati, la  cavalleria d’altri tempi, mi conquistarono immediatamente, avvolgendomi in una bolla di protezione e fiducia. Ci salutammo non senza scambiarci il numero di telefono e, udite udite, con il baciamano! No, era troppo, ricordo che gli chiesi da quale pianeta fosse spuntato! Una settimana dopo me lo vidi arrivare all’uscita del lavoro in un tardo pomeriggio di pioggia battente, sotto a un grande ombrello che ci avrebbe riparati entrambi. In quella settimana, tra noi, c’era stato un continuo scambio di messaggi, ma niente mi aveva fatto pensare che lo avrei rivisto di lì a breve. La sorpresa fu talmente grande e, emozionandomi, pensai che lui sarebbe diventato presto tanto imprtante per me. E così fu. Quella sera cenammo insieme e gli permisi di dormire a casa mia. Era fatta! Mi ero innamorata! Lui era così affettuoso, educato, galante, protettivo, mi riempiva di attenzioni e sembrava saper esaudire ogni mio desiderio in anticipo, prima ancora di formularli a parole. La nostra relazione cominciò quella notte e, dopo qualche mese di frequentazione, mi chiese di vivere insieme, a casa sua. Ne ero tentata, molto tentata, anche se tutto ciò voleva dire mettere in vendita il mio appartamento, cambiare città e lavoro, ammesso e concesso che ne avessi trovato uno in tempi rapidi. Fui fortunata, e lo capii a posteriori, in quanto decisi, sotto consiglio di mia sorella, di mettere in affitto la mia casa per i primi tempi e poi decidere con più calma. Capii che lui non era d’accordo, quando ne parlavo con mia sorella vedevo il suo bel viso adombrarsi e l’espressione farsi cupa, oggi, col senno di poi direi minacciosa, ma all’epoca non ero lucida. Il lavoro invece fu un problema, dovetti licenziarmi con grande dispiacere di mio padre e mia sorella e devo dire, anche dei miei capi che mi stimavno e incoraggiavano a restare. Fui sconsiderata, mi stavo buttando a capofitto in una storia dai contorni incerti, ma mi ero innamorata e credevo che lui lo fosse tanto quanto me. Nella sua città, scoprii che era molto stimato e apprezzato. Mai uno sgarbo con nessuno e anche sul lavoro andava d’accordo con tutti. I primi tempi mi sembrava di vivere in una favola rosa, circondata da mille attenzioni e poco imporatava a lui se non riuscivo a trovar lavoro, anzi, ne sembrava quasi contento. A poco a poco, senza rendermene conto, passavo tutto il mio tempo a casa, riordinando per lui, cucinando per lui, facendomi bella per lui e venivo viziata da lui, quasi ogni sera con un regalo, una sorpresa. Un giorno mi resi conto che uscivo di casa solo se eravamo insieme e ricordo che mi soffermai su questo pensiero fastidioso per diversi giorni, solo che lui, poi, aveva il potere di spazzare via ogni cosa dalla mia testa. La casa divenne la mia gabbia dorata, oramai a ogni necessità, si sobbarcava le spese per non farmi uscire e io mi sentivo sempre più fragile e, guardandomi allo specchio, non vedevo più quella luce eccitata negli occhi e qualcosa mi diceva di fare attenzione. Una mattina mi venne a trovare mia sorella preoccupata dal fatto che nelle nostre sempre piu rare conversazioni telefoniche, non volevo ammettere che vivevo da reclusa. Fu un piacere vederla, improvvisamente era entrato un raggio di sole in casa e mi sentivo bene come da tempo non succedeva più.  Però provavo anche una forte preoccupazione dal fatto che a lui non sarebbe piaciuta quella visita. Il nostro era un mondo esclusivo, dove altre presenze erano a lui sgradite. Mia sorella cercò di farmi ragionare e da una parte negavo, da un’altra assecondavo. Le confessai che ultimamente, per  compiacerlo, mi comportavo come lui voleva. Era successo qualche volta di essere stata aspramente rimproverata e sculacciata  (cosa che io vedevo come un gioco erotico da parte sua) per qualche mia mancanza. Mia sorella e lui si incrociarono per poco e io, agitatissima, leggevo in loro tutta la diffidenza recirpoca. Mia sorella se ne andò delusa e preoccupata. Il silenzio avvolgeva la casa, un’apparente quiete prima che tutto precipitasse in un orrore senza fondo. Lui s’infuriò  con me, accusandomi di non averlo avvisato dell’arrivo di mia sorella. Non l’avevo mai visto così e in quel momento , presi coscienza di tutto quel periodo vissuto all’ombra, in casa sua, schiava in suo potere. Mi ribellai e mentre pensavo a com’ero prima di lui, una donna libera nel pensiero e delle proprie azioni, indipendente, in grado di decidere da sola la propria vita, lui si trasformò in un mostro. Perse la testa e mi picchiò, così forte, da farmi perdere i sensi. E tra una botta e un calcio, mi violentò. Quella notte di dolore fu anche la mia salvezza perchè mi venne un’emorragia. Non avendo un ciclo regolare, non sapevo di essere incinta e per tutte quelle percosse, stavo abortendo lì, in quella casa, con lui a fianco che dormiva dopo tutto quello che mi aveva fatto. Avevo male dappertutto e provavo dolore anche solo a respirare e vedere quel sangue che usciva da me mi terrorizzò. Svegliato dai miei lamenti, lui decise di portarmi al pronto soccorso, era tornato gentile, affettuoso, mi sussurrava parole d’amore e mi diceva che non sarebbe piu successo niente del genere. Dovevamo solo trovare una storia credibile e, se avessi confermato un’aggressione in strada mentre tornavamo a casa da una serata, lui mi avrebbe amata per sempre. Ogni movimento mi causava un dolore atroce mentre raggiungevamo l’ospedale con lui che nel frattempo aveva sbattuto la fronte nella colonnina di cemento del garage,  aprendosi di netto la carne e spillando sangue dappertutto…uno spettacolo odioso! E tutto questo per avvalorare la sua storia. Confermai tutto, ai medici prima e alla polizia dopo. Troppo stremata per reagire. Lui fu medicato e io ricoverata, avevo tre costole rotte, un polso fratturato, uno zigomo tagliato, ecchimosi su tutto il corpo e un aborto in atto. Quella notte mi sentii al  sicuro nella stanza dell’ospedale, benchè dolorante, riusccii a dormire, complice il sedativo di cui mi sentivo grata. Il giorno dopo venne mia sorella, mio cognato e il mio papà! Non riuscivo neanche a piangere dai dolori, ma piansi lo stesso. Fece capolino un poliziotto con l’identikit che aveva fatto del mio aggressore in base alla descrizione che lui aveva dato la sera prima. Me lo mostrò chiedendomi se lo riconoscevo. In quel momento mi ribellai e raccontai tutto con una forza straordinaria che non pensavo di avere, tra le lacrime di mia sorella e di mio papà e le mani di mio cognato che mi accarezzava dolcemente i capelli.

Non fu tutto rosa e fiori. Oggi però sono libera, sono tornata ad amare e presto arriverà un bambino. Sono circondata da tanto amore e gli incubi del passato fanno un po’ meno male.” 

Marika

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Carla Zanutto Mi occupo di fitness. Sono mamma e nonna. Ho tre Labrador e un'adorabile meticcia. Da 6 anni faccio parte del Pengo Life Peoject, un progetto italiano per la tutela e la salvaguardia dell'Elefante Africano in Kenya. Nel tempo libero mi trovi incollata tra le pagine di un libro.

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