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Riforma del Copyright: un lungo dibattito senza fine

Riforma del Copyright: un lungo dibattito senza fine

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La società digitalizzata ha mutato radicalmente il comportamento dei consumatori. L’80 % delle attività che sono svolte quotidianamente presuppongono l’utilizzo della tecnologia.

La rete diviene così il principale canale attraverso il quale gli utenti creano, distribuiscono e usufruiscono della cultura e dell’informazione; dando vita a nuovi modelli di business che ne facilitano la diffusione transfrontaliera e che si pongono in concorrenza con gli editori tradizionali.

Questi cambiamenti hanno rivoluzionato il mondo di intendere l’informazione.

La conseguenza di un tale cambiato ha portato con sè una serie di dibattiti all’interno del Parlamento Europeo e del Consiglio, forse sotto la spinta di lobby, forse sotto l’influenza delle grandi piattaforme come You Tube, Google, Facebook e via discorrendo, o semplicemente perché all’interno delle aule parlamentari è stata avvertita l’esigenza di riformare il copyright.

Perché l’esigenza di una riforma?

Copyright

Con la riforma sul Copyright si mira garantire una tutela autoriale sui contenuti pubblicati in piattaforma come Google News, Yahoo & co.

Una delle esigenze sicuramente è la necessità di colmare il cd. value gap, ossia la disparità retributiva tra gli intermediari di servizi di sharing e gli autori e/o artisti ovvero la disparità di valore che si crea tra profitti e la remunerazione.

A tal riguardo si vorrebbe introdurre un un equo compenso (consuetudinariamente conosciuto come Link Tax o Snippet Tax). Non si tratta di una vera e propria tassa, ma è una sua sorta di licenze online per le pubblicazioni dei contenuti.

L’esclusiva che si verrebbe a creare ha una durata ventennale dal giorno in cui l’articolo viene condiviso. Uno strumento che consentirebbe di riequilibrare l’ecosistema di Internet. O almeno questo dovrebbe essere l’intento.

Come in ogni dibattito che si rispetti le reazioni non sono mai uniformi.

Le prese di posizioni vedono da un lato coloro che si oppongono all’approvazione del testo della riforma. In segno di protesta il 3 luglio l’enciclopedia online ha deciso di oscurare le sue pagine in Italia, Spagna, Estonia e Lettonia.

Inoltre, uno dei padri fondatori del World Wild Web – Tim Berners-Lee – ha parlato di strumento di controllo con riferimento agli strumenti che, una eventuale approvazione della riforma, introdurrebbe.

Sempre su questa linea, l’eurodeputata Julia Reda sostiene che l’estensione della tutela anche ai link e agli url comporterebbe, a livello di normativa e di obblighi, un problema di non poco rilievo.

I link contengono parole del titolo dell’articolo e non nel contenuto quindi, in realtà, non ci sarebbe alcuna lesione del diritto d’autore, essendo questo, privo dei requisiti della creatività e originalità.

Dunque, la proposta appare particolarmente pregiudizievole.

Si presenta come un complesso di contraddizioni, lesiva dei diritti fondamentali, volta a tutelare non i consumatori, ma solo i grandi editori. Inoltre, gli effetti negativi verrebbero ad incidere anche sul pluralismo dei media che minacciano la qualità dell’informazione, il ruolo e la posizione degli editori nella società digitalizzata.

Non solo l’eurodeputata Reda, ma anche da Cambridge arrivano osservazioni negative. Il Professor Lionel Bently (University of Cambridge) sostiene che la riforma seppur presenti punti di partenza sani, come:

  • conformare il diritto d’autore al digitale; rafforzare l’efficacia dei diritti tra gli autori / editori e gli utenti;
  • tutelare la libertà di stampa e il pluralismo dei media, con l’obiettivo è quello di migliorare la qualità del giornalismo e
  • facilitare accesso alle informazioni;

sia in realtà particolarmente dannosa e irragionevole. Le garanzie di tutela di cui si fa portatrice sono ad esclusivo appannaggio dei grandi editori. L’esperienza della Spagna e della Germanica ne sono un concreto esempio.

Copyright

Dunque le previsioni sembrano essere spaventose: mentre i grandi aggregatori come Google ne uscirebbero illesi, i piccoli aggregatori come Flipboard, potrebbero implodere sotto il peso delle autorizzazioni ogni qual volta si avvarranno di immagini ed estratti per stimolare la lettura ed aumentare il traffico sulla propria piattaforma.

Di avviso contrario sono i rappresentanti dell’industria creativa e culturale europea; le associazioni di autori, giornalisti e musicisti, editori, produttori cinematografici e tv. In Italia ad esempio a favore della riforma si sono espressi: Anica, Siae (non ne avevo dubbi) e Pim.

Ma cosa riguarda esattamente la riforma?

Il focus di questa riforma riguarda gli artt. 11 e 13.

L’articolo 11 –   rubricato “Protezione delle pubblicazioni di carattere giornalistico in caso di utilizzo digitale estende espressamente il diritto di esclusiva a qualsiasi “utilizzo digitale” – estende il diritto d’autore sulle opere giornalistiche anche agli snipetts per 20 anni dalla pubblicazione.

Un’esclusività che reputo assurda, considerando l’oggetto della tutela, nessuno leggerà tra 10 anni gli articoli che oggi vengono pubblicati, figuriamoci l’estratto.

Come sostiene Julia Reda, membro del Partito pirata tedesco, la riforma del diritto d’autore non solo toccherebbe gli articoli, ma verrebbe estesa anche ai Link e agli Url.

La conseguenza sarebbe che se un blog o rivista on line condividesse il link ad un articolo, contenente uno snippet, senza che sia stato esperito un previo accordo tra la piattaforma (ad esempio Google News) e gli editori o sia stata concessa una licenza, si configurerebbe una lesione del diritto dell’autore.

Un intervento sul copyright di questo calibro è in realtà cucito sugli interessi dei privati, e non parlo degli utenti della rete, ma dei grandi editori, a scapito dei blogger, utenti, piccoli editori e start-up.

Il sistema di filtraggio che snaturalizza la rete: l’art 13[1]

Copyright

“L’art 13 della Proposta è dedicato alla responsabilità degli intermediari ed in particolar modo degli host provider. Questi soggetti dovrebbero attuare un sistema di filtraggio obbligatorio (generalizzato e preventivo) estremamente pressante e a farne le spese sarebbero i social come Facebook, Twitter, ma anche piattaforme di condivisione come You Tube, SoundCloud o siti di informazione come wikipedia.

I provider che gestiscono queste piattaforme avrebbero l’onere di verificare che i contenuti in essi caricati non violino il diritto d’autore e, solo in presenza di un ruolo attivo da parte dell’ISP, si configurerebbe una diretta responsabilità per l’uploading effettuato dell’utente.

Chi dovrebbe effettuare questo controllo? Beh nessun essere umano, ma una tecnologia preposta a questa funzione.

E veniamo al secondo punto dell’art 13 della Proposta che si rivolge alle start up affermando che «dovrebbero adottare misure appropriate e proporzionate per garantire la protezione di tali opere…, ad esempio tramite l’uso di tecnologie efficaci», possibilità questa per pochi eletti, pensiamo Google o Facebook. L’idea di affidare il sistema di filtraggio alla tecnologia è forse una scelta superficiale o semplicemente pretenziosa. Molti contenuti, seppur leciti, potrebbero essere eliminati.

Ma non solo.

Un ulteriore problema riguarda l’acquisizione stessa della tecnologia.

Non tutte le start up sono in grado effettuare un investimento di questo tipo, con la conseguenza che solo le grandi start up potranno continuare ad operare. Un investimento inutile, se si pensa che You Tube ha speso 60 milioni per il loro Content-ID ma, a conti fatti, si tratta comunque di un sistema che può essere by-passato.

Il sistema che introdurrebbe la riforma è sicuramente una previsione controcorrente con quelle che sono le tendenze della Corte di Giustizia Europea, ai cui occhi i rischi derivanti dall’adozione del sistema di filtraggio obbligatorio sono più che chiari.

La Corte, nella sentenza Sabam – Netlog ha sottolineato un importate elemento: i sistemi di filtraggio funzionano in automatico, non sono svolti da essere umani, pertanto discernere ciò che è legale da quello che non lo è può essere difficile e ancor di più, un sistema di questo tipo contrasta con la normativa europea.

 

[1] A. Patalano,  La nuova legge sul Copyright: migliorativa o peggiorativa? 

Angela Patalano

 

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